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Piccoli brividi (Goosebumps, Rob Letterman, 2015)

10 Ago

Per parlare del recente Piccoli brividi parto da lontano, ovvero dal successo che i film di paura riscuotono tra giovani e meno giovani; anche senza il battage mediatico che accompagna certi blockbuster supereroistici, il genere horror continua ad avere una buona tenuta nelle sale, offrendo originali variazioni sul tema (il terrore del buio in Lights Out di David F. Sandberg) o dando vita a fortunate saghe (The Conjuring 2 di James Wan).

Di fronte a questo fenomeno viene spontaneo porsi delle domande:

Perché ci piace tanto la paura? Come mai, ancora nel 2016, inseguiamo con qualche filmetto spaventoso sempre nuove angosce?

Ma soprattutto viene da chiedersi come oggi, dopo aver metabolizzato tanti film di paura (o romanzi, racconti, videogame) e aver “incontrato” le più disparate creature mostruose, il pubblico possa ancora saltare sulla sedia di fronte a fantasmi, streghe, bambine indemoniate, famelici zombi.

Razionalmente, questi esseri letali (o l’immersione in ambienti spaventosi come boschi bui e castelli decrepiti) non possono toccarci; non sono reali, restano imprigionate tra le pagine di un libro, nel televisore di casa o sul grande schermo. Se ci fanno accapponare la pelle la ragione va forse ricercata nell’“impalpabilità” della paura, non sempre identificabile solamente in qualche forma ben definita, ma accompagnata alternativamente da inquietudini psicologiche, incubi e apparizioni misteriose.

Per rispondere alle prime due domande bisogna invece ragionare sul gusto per la sfida, sul piacere che si prova nel misurarsi con cose che sembrano più grandi di noi, insuperabili… di fronte a trailer che recitano le altisonanti parole “il film più terrificante e spaventoso dell’anno” (Paranormal Activity, Oren Peli, 2007), non si può certo mancare l’appuntamento! Si sconfigge la paura affrontandola, ovvero oggettivandola attraverso quell’esorcismo che è la fruizione del prodotto mediale.

Anche i bambini adorano le storie paurose (ruotano attorno a elementi angosciosi le stesse fiabe), anche se a lieto fine: l’effetto liberatorio arriva quando il bene vince sul male, quando il razionale domina sull’irrazionale.

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Ed eccoci al film Piccoli brividi, un prodotto pensato per i più giovani, che traduce in immagini l’universo dell’omonima serie di romanzi, successo planetario con gli oltre 500 milioni di copie vendute e traduzioni in trentadue lingue. La collana (in originale Goosebumps, letteralmente “Pelle d’oca”) è un ciclo di romanzi brevi scritti dallo statunitense Robert Lawrence Stine, pubblicati in edizione tascabile (con un formato adatto alla tasca posteriore dei pantaloni) e dall’ambientazione horror; nelle storie, lineari ma piene di colpi di scena, è facile immedesimarsi grazie all’ironia diffusa e alla narrazione in prima persona, attraverso il punto di vista di protagonisti adolescenti.

goosebumps_film_poster_zps5acp5nvgIl primo volumetto, pubblicato in Italia da Mondadori, La casa della morte (Welcome to Dead House) uscì negli U.S.A. nel 1992; sono dunque quasi venticinque anni di vita editoriale ed è naturale che, per avvicinare le nuove “scafate” generazioni, la serie cercasse un’appetibile veste cinematografica. Ai telefilm realizzati dal 1995 al 1998 (quattro stagioni recuperabili su YouTube), sono seguiti i giochi da tavolo e le action figures dei “cattivi” più famosi, come quella del diabolico fantoccio Slappy, protagonista di un ciclo  di storie; è ora il turno di questo Piccoli brividi (Goosebumps) diretto nel 2015 da Rob Letterman (già regista de I fantastici viaggi di Gulliver), con protagonista l’attore e musicista Jack Black.

La pellicola (che avrà sicuramente dei seguiti) non è l’adattamento per il grande schermo di un romanzo della collana ma mette al centro della narrazione lo stesso Stine, in preda a bulimia creativa per combattere una maledizione che gli pende sulla testa: scrivere diventa lo strumento per imprigionare tra le pagine creature mostruose vere e pericolose. Il meccanismo non è nuovo, tornano alla mente La storia infinita (Wolfgang Petersen, 1984, da Michael Ende), in cui il giovane Bastiano Baldassarre Bucci si accorge che il romanzo d’avventure che sta leggendo richiede il suo intervento diretto, e Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro (Iain Softley, 2008, da Cornelia Funke), con protagonisti alcuni “lingua di fata”, persone capaci di “portare alla vita i personaggi, fuori dai libri, nel mondo reale” leggendo ad alta voce.neverending_zpsj3tfqzvy215px-inkheartposter_zps9d3pwjyu

Meno sofisticato di queste due pellicole, Piccoli brividi risulta comunque un piacevole intrattenimento per tutti, soprattutto per chi conosce i testi originali e può comprendere il gioco delle citazioni; il difetto più grande è proprio quello di inseguire un pubblico ampio, mantenendo i toni scanzonati dei libri ma lasciando prevalere l’aspetto ludico sugli elementi paurosi.

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