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Ancora di fiabe e cinema… un climax

31 Mag

“Tira più una fiaba nota che cento sceneggiature originali”, verrebbe da dire di fronte alle innumerevoli trasposizioni cinematografiche del patrimonio favolistico occidentale; solo nell’ultimo anno sono passati sul grande schermo personaggi come Cenerentola (Cinderella, Kenneth Branagh, 2015), la Bella Addormentata (Maleficent, Robert Stromberg, 2014), i sette nani (Der 7bte Zwerg, Boris Aljinovic, Harald Siepermann, 2014), per non parlare dei simulacri musical di Cappuccetto Rosso e Raperonzolo (Into the Woods, Rob Marshall, 2014). L’universalità delle fiabe assicura il successo commerciale delle pellicole, generalmente grandi produzioni ricche di effetti speciali; per lasciare a bocca aperta lo smaliziato spettatore dei multisala, viene infatti utilizzata moltissimo la tecnologia, che traduce le fantasticherie letterarie in immagini tangibili. È così che la Cinderella diretta da Branagh fa “diventare realtà” (come recita il trailer italiano) il capolavoro “senza tempo” della Disney: non è il primo caso di live action, dare corpo alle creature dell’animazione è una tendenza abbastanza usuale, si pensi a I Flinstones (The Flinstones, Brian Levant, 1994) o La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera (101 Dalmatians, Stephen Herek, 1996).

I moderni balocchi cinematografici sono divertenti, pieni di idee ma senz’anima, perdono quell’immediatezza comunicativa delle fiabe classiche; i contenuti veicolati dai modelli si perdono in un labirinto di specchi, che rifrangono troppe immagini distorte degli originali. Le fiabe sono state violentate a lungo dalla Settima Arte, ma resistono; per far parlare Perrault o i Grimm attraverso i film, è oggi necessario battere percorsi poco frequentati, instaurare confronti azzardati, muoversi di suggestione in suggestione… anche i brutti film permettono di apprezzare i lavori più riusciti.

Per capire come non si deve adattare un testo al grande schermo, (s)consiglio di recuperare l’ingenuo Cappuccetto Rosso messicano (La caperucita roja, Roberto Rodriguez, 1959), che sfoggia con sfrontatezza la propria povertà di mezzi: il Lupo è truccato con un costume che fa rimpiangere i vecchi film catastrofici giapponesi e, complice una puzzola (!?), insidia la giovane protagonista, una bimbetta che ricorda terribilmente Heidi.

Al kitsch del film, chiaramente ispirato al colorato Il mago di Oz (The Wizard of Oz, Victor Fleming, 1939), si può contrapporre la materialità patinata di Cappuccetto rosso sangue (Red Riding Hood, Catherine Hardwicke, 2011), che aggancia i gusti dello spettatore adolescente, facendolo riconoscere nelle fiabe della sua infanzia, mentre mastica pop-corn e sospira sui problemi tipici dell’età. La Cappuccetto Rosso del film si chiama Valerie e sembra uscita da una soap opera: sin dall’infanzia prova affetto per il coetaneo Peter, ma è promessa in sposa a Henry, a sua volta amato dalla sorella della ragazza, destinata a finire presto sbranata da un lupo mannaro.

In questo frullato sentimental-orrorifico la regista Catherine Hardwicke ripropone la collaudata formula del suo Twilight (2008), affiancando al cast di sconosciuti attori bellocci, alcuni nomi famosi, da Gary Oldman a Julie Christie (la nonna); purtroppo quel pizzico di metaforico che la trama lasciava sperare (il lupo vive dentro di noi, ognuno può nascondere un predatore), cade nel vuoto. La sofisticata analisi psicologica di In compagnia dei lupi (The Company of Wolves, Neil Jordan, 1984) lascia il posto a battute risibili come “Sono sbagliato per te […] Ti potrei divorare”.

Per fortuna le fiabe arrivano al cinema non solo nelle produzioni statunitensi; con Il racconto dei racconti (2015), Matteo Garrone ha vinto la sfida di attirare un pubblico trasversale ma senziente, valorizzando contemporaneamente il patrimonio culturale italiano. Il Pentamerone di Giambattista Basile è un testo seicentesco che parla alla contemporaneità, affrontando (come tutti i miti) temi universali come la preservazione della bellezza, l’emancipazione, la maternità… Garrone ne ripropone alcuni nuclei narrativi, collocando l’azione in luoghi fuori dal tempo (pur riconoscibili) e riportando il favoloso in una dimensione realistica non sconosciuta alle fiabe; il re del racconto La vecchia scorticata, interpretato con ironica lussuria da Vincent Cassel, anche nell’originale di Basile non vedeva l’ora che “il Sole avesse terminato di arare e i campi del cielo fossero seminati di stelle, per seminare a sua volta il campo dove disegnava di raccogliere le gioie a tomoli e i piaceri a cantari” (Giambattista Basile, Il Pentamerone ossia La fiaba delle fiabe, Bari, Editori Laterza, 1982, p. 103). Materialità, raffinatezze formali, popolaresco e fantasia, sono tutte caratteristiche delle fiabe: Il racconto dei racconti ci ricorda, se mai lo avessimo dimenticato, che anche il Cinema, moderno strumento narrativo, vive della stessa sostanza.

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Pubblicato da su maggio 31, 2015 in Letteratura per l'infanzia

 

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