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Cuore selvaggio (Wild at Heart, David Lynch, 1990)

02 Apr

Cuore selvaggio non è una soap opera per casalinghe, ma un bel film diretto da David Lynch nel 1990, quando ancora il Cinema riusciva a scuotere lo spettatore, oggi un po’ intorpidito dallo scarso coraggio dei produttori; l’occasione per parlare della pellicola è offerta dalla riedizione in volume (Sailor e Lula, Fandango Libri, 2015) dell’intera saga letteraria all’origine del soggetto, composta da sei lunghi racconti di Barry Gifford. Nonostante le sceneggiature per Lynch (Hotel Room, 1993; Lost Highway, 1997) e per l’unico lavoro da regista di Matt Dillon (City of Ghosts, 2002), il prolifico scrittore statunitense è ancora poco conosciuto in Italia; sempre per Fandango anni fa era uscita la sua bella biografia di Jack Kerouac (Jack’s Book, 2001), mentre alcuni dei suoi romanzi più famosi avevano raggiunto gli scaffali delle librerie grazie a Bompiani (Wyoming, 2000; Il padre fantasma, 2003, trasposto su grande schermo da Lucian Georgescu).

Le vicende cinematografiche di Sailor Ripley (Nicolas Cage) e Lula Pace (Laura Dern), protagonisti di Cuore selvaggio, sono molto simili a quelle cartacee. La fuga d’amore dei due ventenni inizia quando Sailor esce dal carcere, in cui era stato detenuto per aver (eccessivamente) difeso da un bruto la fidanzatina; sulle loro tracce si muoverà la crudele madre di lei, pronta al crimine pur di allontanare per sempre la figlia da quella che ritiene, a torto, una cattiva compagnia.

Del primo romanzo della serie Lynch esplicita alcuni sottotesti psicologici, accentua i toni e fa gravare sui personaggi un angosciante senso di precarietà. Nel loro peregrinare per le strade d’America, i due ragazzi affronteranno infatti una realtà apocalittica, un Paese fuori dalla storia, popolato da figuri votati alla violenza e prossimi all’autolesionismo; indimenticabile è la grottesca coppia formata da Bobby Perù (Willem Defoe), con baffetti alla Clark Gable ma sorriso dai denti marci, e Perdita Durango (Isabella Rossellini), un’assassina messicana che rivedremo nei cinema grazie ad Álex de la Iglesia (1997).

L’aspetto più interessante della pellicola rimane tuttavia l’affettuosa rappresentazione dell’idiozia di Sailor e Lula, incontrastati campioni di incultura popolare e conversatori dalle battute adolescenziali; la macchina da presa li segue nell’intimità, cogliendo particolari di un quotidiano poco idealizzabile: l’emblema della loro “fuitina” amorosa è una squallida camera d’albergo, con lei intenta a mettersi lo smalto e Sailor impegnato nelle flessioni (il duo somiglia molto ai nostrani neosposini Ivano e Jessica immaginati da Carlo Verdone in Viaggi di nozze!).

Eccessivo e “arrogante” nella sua sfrontatezza visiva (ci sono continui richiami al fiabesco The Wizard of Oz), il film può servire a interpretare, per contrasto, l’originale letterario. Lo stile di Gifford è meno immediato, richiede più tempo per essere compreso; le creature che descrive conquistano il lettore senza effetti speciali o lungaggini narrative, tanto che la vicenda appare come una “ballata destrutturata” (Michael Chion). Con pochi snodi narrativi, l’azione si sviluppa attraverso brevi capitoli che aprono altrettante finestre sulle vite degli altri: “Sailor andò in bagno e si lavò la faccia. Poco dopo entrò Lula e si sedette sul gabinetto a fare la pipì. «Spero che tu non ti scocci, Sail, ma non ce la facevo proprio ad aspettare»” (Barry Gifford, Cuore selvaggio, Milano, Bompiani, 2000, p. 141). Questo realismo estremo, quasi pornografico nel violare continuamente l’intimità dei protagonisti (solo Kubrick nell’incipit di Eyes Wide Shut aveva osato oltrepassare la sacra soglia della toilette), crea empatia e fa perdonare a Lula parole come “Tu mi prendi, Sailor, mi prendi veramente. Mi sei entrato nella pelle” (Ibid., p. 6): Gifford ci mostra che è possibile mantenere intatta la propria innocenza, che si può rimanere puri anche in un mondo di giochi a premi televisivi e frasi “alla Moccia”.

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Pubblicato da su aprile 2, 2015 in Recensioni di film

 

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