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Il ritorno del Monnezza (Carlo Vanzina, 2005)

11 Gen

La memoria dello spettatore è una cosa strana, un vaso di Pandora pronto a far emergere i film più impensabili e a far digerire quelli più noiosi abbellendoli col ricordo; la critica ha sottolineato molto bene i cambiamenti sociali che stanno alla base della riuscita o meno al botteghino, il carattere piccolo-borghese che contraddistingue i nuovi “gusti popolareschi”: la vitalità di certo cinema del passato attraversa mode e tendenze contemporanee, diventando pretesto per operazioni commerciali come Il ritorno del Monnezza. La voglia di rivedere questo film del 2005 mi è venuta dopo la lettura del recente Monnezza amore mio (Milano, Rizzoli, 2014), interessante autobiografia di Tomas Milian e vero “ritorno” del personaggio interpretato dall’attore cubano.

Ideatori del film sono i fratelli Vanzina, eredi della commedia italiana (figli del grande Steno), autori (spesso con intelligenza) à la page e scaltri promotori di se stessi. Ricordo che durante la promozione della pellicola affermarono, alludendo forse a Gabriele Muccino ed epigoni, di voler rivitalizzare un cinema rimasto bloccato “sui problemi dei trentenni”; Il ritorno del Monnezza può tuttavia inserirsi pienamente in questo filone, perché gioca con la nostalgia di chi è cresciuto con i film originali, dell’adulto che rivede la propria giovinezza/innocenza cinematografica.

Tomas Milian indossò i panni del brigadiere Nico Giraldi per undici volte dal 1976 al 1984, conquistò diverse generazioni con la sua parlata volgare ma tagliente, con i suoi metodi spicci ma spinti da un profondo rispetto per l’essere umano; l’operazione cinematografica dei Vanzina non aveva alcuna ragione, tanto che Milian non accettò di comparire neppure in un fotogramma (una sagoma di cartone ne rievoca l’aspetto). Sullo schermo assistiamo alle gesta del figlio di Monnezza Rocky, cresciuto e pronto a raddrizzare sempre nuovi torti. Un appesantito Claudio Amendola è il protagonista dalla battuta facile ma la sua scelta non è felice, se possibile immalinconisce il tutto; lo spettatore mediamente interessato sa che suo padre fu il doppiatore della serie originale, i legami familiari si fanno complicatamente meta-cinematografici e troppo personali per appassionare veramente. La citazione viene eletta a sistema, non sembra nascere spontanea. Serpico era un film molto amato dal Giraldi originale, era un modello di comportamento desunto dal puro intrattenimento; nel film dei Vanzina è sempre gratuito, atto a compiacere più o meno giovani cinefili. Battute come “Ti ha detto male Bruce Lee, doveva essere l’anno del dragone, è diventato l’anno del cagone” (dopo aver catturato un criminale cinese nascosto nella ritirata di un treno) o “Solo chi cade può risorgere” (riferito all’andamento della Roma) non possono che farci sorridere ma non stanno al passo con i nostri tempi di contaminazione. Anche la trovata della suoneria di cellulare sostituita con frasi di film appare come un aggiornamento superficiale alle mode giovanili. L’operazione compiuta dai fratelli Vanzina si avvicina volutamente al debole Il figlio della Pantera Rosa (Blake Edwards, 1993), di qualche anno prima; i richiami sono evidenti fin dai titoli animati. Nella conclusione, poi, assistiamo alla promozione di Amendola di fronte alle autorità (un presidente della Repubblica interpretato da un attore con accento toscano rimanda alla memoria i sosia degli esponenti della politica di certo cinema impegnato del passato) presa di peso dal film di Edwards.

Forse è meglio dimenticarci dei figli per tornare ai genitori: come l’ispettore Clouseau anche Nico Giraldi è una maschera riuscita; entrambi hanno conquistato il loro pubblico e giocato in maniera ingegnosa con la serialità. Ma hanno terminato il loro percorso schermico, come tanti altri personaggi che continuano a perseguitarci nella grandi sale; “riesumarli” diventa molto pericoloso. Ora appartengono all’immaginario di tutti, alla sfera dell’emotività; e lì devono restare, liberi da qualsiasi nuova cristallizzazione, pronti ad esprimersi nell’universo sfumato del sogno.

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Pubblicato da su gennaio 11, 2015 in Recensioni di film

 

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