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Monnezza amore mio di Tomas Milian con Manlio Gomarasca (Milano, Rizzoli, 2014)

04 Nov

Non amo molto le autobiografie, nel genere è congenita una natura ingannatrice che allontana il lettore dall’essenza di chi scrive; per tirare le fila di un’esistenza, lo scrittore rischia sempre di realizzare pedanti agiografie o tristi elogi del “maledettismo”. La lettura di Monnezza amore mio è stata invece una bella sorpresa…

Il volume non ha certo bisogno di presentazioni, ha le carte in regola per trasformarsi in un successo commerciale, distribuito com’è da un grande editore e costruito sulle memorie di un personaggio popolare come Tomas Milian; le parole dell’attore, io narrante e oggetto del racconto, appaiono di una verità quasi struggente, soprattutto nel personalissimo finale onirico. L’apporto del coautore Manlio Gomarasca, volutamente “invisibile”, punta probabilmente alla semplicità della scrittura, alla totale intelligibilità. In questa scelta si percepisce il taglio giornalistico della scrittura di Gomarasca, fondatore del mensile “Nocturno Cinema”, rivista che consiglio (ai pochi che ancora non la conoscono) per avere una panoramica completa sulla Settima Arte, non limitata a quello che ci propinano i soliti circuiti cinematografici.

Apro una parentesi su “Nocturno”: sono quindici anni che lo inseguo nelle edicole (la distribuzione ancora oggi non è capillare), mi ha fatto apprezzare generi come l’horror, il poliziesco, il western, che hanno dato lustro anche al nostro Paese.

Grazie alla diffusione del DVD, rivoluzione dell’home cinema (due sostantivi un po’ antitetici), il recupero sistematico di pellicole anni ‘70 e ‘80 ha fatto emergere dall’oblio opere particolarmente riuscite, ma anche sottomarche di un momento irripetibile della produzione italiana: si pensi alla rassegna veneziana organizzata da Marco Giusti alcuni anni fa (premiata dal pubblico “connivente” e apprezzata dai gusti complici di Quentin Tarantino), che accostava all’ambiguo rigore di Cannibal Holocaust (Ruggero Deodato, 1979) la povertà espressiva e “parolacciara” di W la foca (Nando Cicero, 1982). In quel periodo nacque anche Monnezza, personaggio creato da Milian e apparso con piccoli aggiustamenti estetico/caratteriali in numerosi film (per la sua genesi rimando all’articolo Il mio amico Monnezza, sempre di Gomarasca, sul dossier allegato al numero 18 di “Nocturno Cinema”, aprile 2001). Nell’autobiografia Milian spiega i motivi che lo hanno portato, all’apice del successo, ad allontanarsi dall’Italia per inventarsi una carriera americana; l’attore abbandona la propria creatura per lasciarla sempre giovane, incontaminata e incontaminabile da future operazioni di cassetta (prima o poi parlerò del terribile, e giustamente dimenticato, Il ritorno del Monnezza di Carlo Vanzina, 2005).

Il vero ritorno del Monnezza è tra le pagine del volume; mentre Milian ricostruisce la propria vita viene spesso interrotto dalla voce del personaggio cinematografico, che ne commenta le scelte (spesso moralmente poco condivisibili) e fa da contraltare ironico. Interessante è anche il parallelo tra la cavalcata in un passato personale e le vicende del cinema italiano: l’attore ricorda i grandi registi per cui ha lavorato (da Antonioni a Visconti), ma non dimentica mai che il grande schermo è anche spettacolo popolare.

La forte sensibilità dell’attore ha reso la tradizionale fissità delle maschere in personaggi a tutto tondo: con i vari Cuchillo degli spaghetti western politici e con la fresca romanità di Monnezza, Tomas Milian ha scritto una pagina di storia del costume.

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Pubblicato da su novembre 4, 2014 in Altro

 

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