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Il cacciatore di giganti (Jack the Giant Slayer, Bryan Singer, 2013)

19 Giu

Pur incantato dalla fantasia gotica di Maleficent (Robert Stromberg, 2014), remake con attori del classico Sleeping Beauty (Clyde Geronimi et al., 1959), sento di dover affermare che le riletture cinematografiche delle fiabe tradizionali hanno veramente stancato! Non potendo parlare male della riuscita pellicola Disney, dedicherò qualche riga a Il cacciatore di giganti, diretto dal sopravvalutato Bryan Singer. Dopo i pretenziosi X-Men (2000), l’inerte Superman Returns (2006), il patinato Valkyrie (2008) e prima degli scandali che lo vogliono al centro di festini con minorenni, il regista ha trovato il tempo di tradurre in immagini il racconto popolare di Jack (Giacomino in Italia), il giovane che baratta la sua mucca per alcuni fagioli magici.

Come tutti sanno, dai fagioli magici non può che nascere un fusto enorme, che si erge fino al cielo, un vero e proprio ponte per il regno del gigante; Singer non propone però il solito colosso in cerca di “cristianucci” da sgranocchiare, bensì un’intera razza di esseri mostruosi. Solo Jack, un giovane povero, orfano, istruito attraverso racconti fiabeschi, potrà sconfiggerli e (manco a dirlo) conquistare il cuore di una splendida regina. Prima dello scontato lieto fine si sviluppa una storiella che offre molti effetti speciali, poche sorprese e qualche buon caratterista nelle parti di contorno (sopra le righe ma divertente Ewen Bremner, lo Spud di Trainspotting; triste Ewan McGregor, sempre più propenso a personaggi “pettinati” come Obi-Wan Kenobi che interessanti come il tossico Renton).

 

Il film funziona a sprazzi, soprattutto quando si abbandona a “simpatiche crudeltà”, come la preparazione della portata umana, o a notazioni di cattivo gusto, come la visualizzazione dei giganti; questi esseri dal cuore di pietra mangiano le proprie “caccole”, si abbandonano a flatulenze liberatorie e, visti da vicino, hanno un aspetto ripugnante, in vero un po’ debitore a quello del Grendel di Beowulf (Robert Zemeckis, 2007).

Nel complesso Il cacciatore di giganti non fa certo rimpiangere il televisivo Jack and the Beanstalk: The Real Story (Brian Henson, 2001), eppure manca qualcosa; il protagonista, così puro e coraggioso e belloccio, sembra fatto per piacere alle adolescenti cresciute a Twilight e boy band, si avvicina poco al Jack “sempliciotto” o a quello millantatore delle diverse versioni tradizionali… Anche il Topolino ammazzasette di Mickey and the Beanstalk (dal film Fun & Fancy Free di Hamilton Luske et al., 1947) ha una caratterizzazione più intrigante!

Per trovare un Jack degno dei modelli ma ripensato in maniera originale, bisogna avvicinarsi al fumetto; consiglio a tutti di recuperare C’era una volta Fables (RW Edizioni), ottima riproposta da edicola di una serie Vertigo. Bill Willingham, l’autore, immagina (ben prima del serial televisivo Once Upon a Time) che le più famose fiabe del folclore siano confinate sulla terra e vivano come i mortali; il contatto con le abitudini terrestri sembra complicarne la psicologia, spingendole verso comportamenti deviati rispetto alla consequenzialità dei racconti. Capita così che un Jack più sbruffone e imbroglione del solito, finisca nell’industria cinematografica, come produttore di una trilogia sulle proprie avventure… Che ci sia lui dietro al film di Bryan Singer?

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