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Treni, il nostro disagio quotidiano

25 Dic

Penso di scrivere queste poche righe in una mattina di dicembre, sospirando un treno che mi porti al lavoro. Strato dopo strato il freddo della panchina ha ormai conquistato i miei abiti invernali, mentre ammiro la silenziosa resistenza al clima delle persone che mi circondano: c’è chi saltella sul posto, chi si soffia sulle mani, chi accende una sigaretta dopo l’altra.

I coraggiosi sostenitori della strada ferrata come il sottoscritto hanno un fisico allenato alle intemperie, sono parsimoniosi e pronti alla socializzazione (“è uno spreco di benzina andare in macchina da soli”), oltre che discretamente ecologisti; meriterebbero un monumento, invece si amareggiano giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno…

Questo 20 dicembre 2013 è particolarmente triste perché caratterizzato dall’Accumulo di ritardo, un evento senza spiegazione apparente, che si verifica dalla congiunzione di particolari circostanze (generalmente porte rotte più Intercity in ritardo); quando la calda voce dell’altoparlante si scusa “per il disagio” ma annuncia che “contrariamente a quanto già annunciato” i dieci minuti previsti diventano quindici, puoi già scommettere nella continuazione della sequenza. Spero con tutto il cuore che non superi la soglia dei venticinque minuti (margine di sicurezza per non arrivare in ritardo) ma ringrazio lo stesso perché non si è verificata la crudele Soppressione del treno in corsa, ancora più temibile quando i passeggeri non hanno ad attenderli un sostituto al “materiale rotabile” cancellato.

Quando finalmente distinguo i fari del locomotore avvicinarsi nel buio, mi accorgo che la piccola folla di pendolari, fino allora dispersa, sta formando piccoli gruppi, spartendosi la banchina, manco organizzasse una grande rapina del treno. Il mio drappello entra nello scompartimento di coda, fendendo abilmente la compatta massa di passeggeri stipati nel vagone; gli occhiali mi si appannano dal calore e un uomo aggrappato al palo sulla soglia approfitta di questa breve cecità per starnutirmi addosso. Cerco di non respirare terrorizzato dal concetto di epidemia, oppresso dal fiato degli altri e da un dolore al fianco (qualche gomito appuntito?).

Dovrò sopportare di stare in piedi (schiacciato, alitato, calpestato) solo per una ventina di minuti, poi il mio viaggio continuerà in condizioni più dignitose. Non posso muovermi, riesco solo a rimuginare e a ricostruire le sequenze dello splendido Treno popolare, diretto da Raffaello Matarazzo; il viaggio in quell’Italia anni Trenta era una gita fuoriporta, una breve parentesi alle fatiche quotidiane. Il treno su cui sto viaggiando non porta gente felice; mi accorgo però, e al pensiero mi scappa un sorriso, che gli interni del mio Regionale somigliano incredibilmente a quelli della pellicola…

È allora che capisco qualcosa: alla faccia dell’alta velocità, delle comode poltrone degli Eurostar o delle colorate Frecce… Il Paese si muove soprattutto grazie a chi viaggia a velocità media!

Spero in un futuro migliore, in pendolari sorridenti per un servizio dignitoso; intanto scrivo e allego questa foto liberatoria, scattata in piena estate da un vagone con l’aria condizionata rotta.

Non ho ritoccato l’immagine, la scritta è proprio così; chissà chi l’ha realizzata, quale guastatore ha modificato la scritta “Trenitalia” con un gusto per la provocazione degno di un artista futurista.

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Pubblicato da su dicembre 25, 2013 in Altro

 

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