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Django Unchained (id., Quentin Tarantino, 2012)

25 Feb

Premetto che avrei voluto scrivere qualche riga su Django Unchained appena uscito dal cinema, ancora appagato dal grande spettacolo cui avevo assistito; poi l’entusiasmo è scemato e ho scelto di ripensare al film dopo un po’ di tempo. È passato più di un mese e l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino continua a tenere il cartellone, a far parlare di sé e a rastrellare Oscar (sceneggiatura, attore non protagonista).

Dopo i “teorici” Kill Bill (2003-2004) e Grindhouse (2007), sembrava che il regista avesse toccato il punto di non ritorno del proprio cinema, estremizzando il piacere della citazione e rendendo evidenti i modelli di riferimento; Django Unchained segue la strada aperta con Bastardi senza gloria (2009), parte cioè da uno spunto cinefilo (Django di Corbucci sostituisce il bellico Quel maledetto treno blindato di Castellari) per far implodere il genere che dà l’ossatura al film.

Conosciuta la passione di Tarantino (una delle tante) per il Western italico, si attendeva con curiosità il suo rinnovamento postmoderno: il giorno della prima sono rimasto impressionato nel vedere una sala gremita di mariti e mogli, giovani e anziani, tutti in attesa di partecipare ad un rito collettivo capace di unire (in un immaginario comune) il pubblico al più amato dei registi contemporanei. In questa prospettiva la pellicola è particolarmente riuscita, mettendo d’accordo veramente tutti (a proposito, per gli amanti del western all’italiana consiglio l’imprescindibile Dizionario di Marco Giusti, Milano, Mondadori, 2007); anche dal punto di vista spettacolare non c’è nulla da ridire, emoziona, spiazza, diverte e fa un discorso affatto banale sull’arte del recitare (il cacciatore di taglie protagonista, infatti, non fa che spacciarsi per altri, nascondendo la propria identità come Tarantino gioca a camuffare i generi su cui lavora).

Mi sembra quindi più interessante sottolineare cosa non mi ha convinto.

Il primo elemento è l’eccesso (auto)ironico; i prototipi che hanno ispirato Django Unchained, pur non prendendosi mai troppo sul serio, erano immersi in una dimensione astratta e rarefatta che sfociava nell’epica.

L’unico momento in cui Tarantino vuole ricostruire l’atmosfera di quelle pellicole è durante i titoli di testa; le musiche e lo stile richiamano quelle dei lavori di Sergio Leone e degli altri grandi “artigiani” del nostro cinema di genere, mentre la sequenza di apertura sugli schiavi in catene rappresenta un luogo tipico dell’immaginario americano. Poi il film si muove verso altre direzioni, tutte attente a prendere le distanze dal passato, a tradirlo dichiarando spudoratamente le infedeltà: l’ansia vendicativa del protagonista si stempera nel suo vestito da valletto; un ritmo musicale adeguato ai contenuto si alterna al rap e, addirittura, ad un pezzo cantato da Elisa…

Altro elemento che infastidisce un po’ è la smaccata preferenza per la scrittura rispetto alla visualizzazione, una scrittura che rinuncia alla tenuta dell’insieme per concentrarsi su singoli quadri; pur maniacale nel dettaglio (non ci sono un abito o uno sguardo fuori posto) e attento a rendere interessante ogni momento (non mancano il repertorio di ralenty alla Peckinpah e scene “da antologia”), il regista interrompe spesso il filo narrativo. Alcune sequenze (ad esempio quella dell’attacco del Ku Klux Klan) sono lasciate a se stesse, così come accade agli “omaggi”, dalla presenza di Franco Nero al (forzato) balletto del cavallo stile Trinità; il finale esplosivo, poi, aggiunge un retrogusto alla Zabriskie Point. La deflagrazione dell’establishment unita a temi sociali filtrati da un Blaxploitation anni Settanta, fanno di Django Unchained un western spurio, adulterato da ingredienti troppo stridenti per convincere appieno.

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1 Commento

Pubblicato da su febbraio 25, 2013 in Recensioni di film

 

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Una risposta a “Django Unchained (id., Quentin Tarantino, 2012)

  1. Paolo

    marzo 21, 2013 at 2:04 pm

    Bella recensione! Una delle poche che con coraggio e lucidità mette in evidenza i (pochi) difetti del film.
    Ora ci aspettiamo anche quelle di Spring Breakers, Sinister, Noi siamo infinito, Tulpa e magari qualche serie-tv. 😉
    Paolo

     

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