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L’uomo perfetto (Luca Lucini, 2005)

25 Ott

Un po’ stanco delle commedie che pretendono di fotografare la situazione del nostro Paese, deluso dal recente Viva l’Italia (Massimiliano Bruno) e perplesso dal trailer del prossimo E io non pago! – L’Italia dei furbetti (Alessandro Capone), in questo spazio vorrei ricordare una pellicola di alcuni anni fa, un piccolo film fuori dal tempo, lontano dalle produzioni italiche per tematiche, stile e levità. L’uomo perfetto, diretto da Luca Lucini e interpretato da Riccardo Scamarcio (prima di diventare attore impegnato), è un intrattenimento intelligente, un’opera felicemente disimpegnata; già nei titoli di testa le parole della canzone Que reste t’il de nos amours di Charles Trenet riportano la memoria ai “baci rubati” raccontati da Truffaut, alla malinconica leggerezza di uno dei capitoli più belli della vita (cinematografica) di Antoine Doinel: questo accompagnamento musicale somiglia molto a una dichiarazione d’intenti.

La trama del film è semplice; Lucia lavora come creativa in un’agenzia pubblicitaria di Milano, potrebbe essere felice se solo non amasse segretamente Paolo, promesso sposo della sua miglior amica Maria. L’agguerrita spasimante decide di far saltare le nozze, ingaggia un attore disoccupato e lo istruisce sui gusti dell’amica; Antonio, l’attore, diventa incarnazione dell’uomo dei sogni, del Principe Azzurro per cui fare una pazzia, anche abbandonare il fidanzato.

L’intreccio narrativo non spicca per originalità ma ha l’accortezza di lavorare sui luoghi comuni, di riproporli in maniera moderna e piacevole. È forse troppo scomodare Marivaux, eppure il gioco degli equivoci e la minuta attenzione alla psicologia amorosa restituiscono, almeno nei meccanismi, la finezza del grande commediografo francese. I personaggi si muovono poi in una realtà cittadina identificabile, attendibile e pulsante di vita; la “Milano da bere” del film di Lucini non è uno sfondo inerte, un set caratterizzante. Ristoranti alla moda (soprattutto Sushi Bar), negozi, uffici non hanno nulla di decorativo, si adeguano con semplicità ai ritmi dei protagonisti, accompagnandoli nelle ore del quotidiano; la parola chiave della messa in scena è “naturalezza”. La semplice azione di prendere un cappuccino al bar, l’inventarsi una piccola bugia, il soffermarsi un po’ troppo sulle voluttà di una bella ragazza, sono tutte azioni che ci appartengono e che, senza impegno, possiamo riconoscere sullo schermo. La strada scelta dal regista è differente da quella di autori come Muccino, che hanno la tendenza a “giocare sporco” con il pubblico: nei lavori di Muccino, infatti, ogni frase è come un pugno, ha effetto immediato sulla platea; ogni gesto è diretto all’efficacia spettacolare del film. Muccino ha un tocco meno morbido, non è abituato a cogliere le sfumature. De L’ultimo bacio (2001) molti ricorderanno il romanzo che una lolita delle superiori (Martina Stella) regala al trentenne Stefano Accorsi, si tratta del Siddharta di Herman Hesse, lettura molto amata dagli adolescenti; il libro è un puro oggetto di scena, non ha consistenza (anche se il marchio dell’editore è in bella mostra), serve solo a dimostrare per l’ennesima volta quanto infantile sia il carattere della ragazza. Lucini mostra invece un testo di Chatwin (stessa casa editrice) ma non lo fa in “maniera grave”: un personaggio l’ha letto, l’altro no; Maria, forse, non l’ha nemmeno capito (è descritta come una ragazza un po’ velleitaria) e Antonio pretende di incantarla parlandogliene senza averlo neanche letto. In tutto questo il libro di Chatwin esiste, la realtà filmica ha echi in quella dello spettatore; è tutto qui, senza primi piani alla copertina né intenti moraleggianti.

Oltre alla cura verso il particolare, L’uomo perfetto può vantare almeno una sequenza memorabile quando Antonio, per dimostrare le proprie capacità di simulazione, mette in scena una recita privata davanti a Lucia, la ragazza che lo ha scritturato. La camera fissa i particolari dei due volti, coglie i rossori, le emozioni prodotte dal dialogo. Realtà e invenzione sembrano diventare una cosa sola, lo spettatore viene così coinvolto dalla situazione che per un momento dimentica il lavoro di Antonio, si perde nelle sue parole. Sembra strano ma il grande Cinema può comparire all’improvviso, quando meno lo si aspetta; anche in un piccolo e grazioso film come L’uomo perfetto.

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Pubblicato da su ottobre 25, 2012 in Recensioni di film

 

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