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Panico al villaggio (Panique au Village, Stéphane Aubier, Vincent Patar, 2009)

26 Set

Panico al villaggio è un prodotto atipico, una pellicola tanto lontana dalle evoluzioni digitali della Pixar (Ribelle – The Brave) quanto dai fluidi movimenti dei pupazzi creati da Lord e Newitt (Pirati – Briganti da strapazzo). Non risponde neppure appieno alle caratteristiche del film per ragazzi; più che guardare ad un pubblico specifico, “abbassa” il proprio punto di vista a quello infantile. I due registi adattano per il grande schermo la serie televisiva omonima, creando un microcosmo di soldatini con la base e di pupazzi poco snodati (animati in stop-motion); questi giocattoli prendono vita proprio come avviene in Toy Story ma, a differenza del modello, si muovono in un contesto privo del fattore umano. In Panico al villaggio non ci sono bambini da divertire, i personaggi rispondono alle esigenze di un’infanzia perenne: il loro continuo movimento è finalizzato alla pura messa in scena, senza le limitazioni di un copione.

L’ambientazione è Villaggio, un luogo indefinito (ma localizzabile nell’immaginario collettivo) in cui abitano figurine dai nomi che richiamano caratteristiche ben definite, come Cavallo, Indiano e Cow-boy; proprio gli eterni rivali di tante storie western sono il motore della vicenda, dopo aver acquistato per sbaglio qualche milione di mattoni da costruzione… In una girandola di graziose avventure, affronteranno viaggi al centro della terra, famiglie di Atlantidei e giganteschi pinguini robot.

Tutto può accadere, stereotipi e regole sono continuamente riscritti lungo il corso della pellicola; l’unica condizione è quella di non interrompere il piacere del Gioco, che si concluderà solamente con il catastrofico finale, uno sconvolgimento simile all’attimo in cui il bambino, stufo del proprio passatempo, decide di “azzerare” la storia.

Anche se alla lunga l’eccessivo uso di “panoramiche” e i pochi primi piani sui personaggi può stancare, si comprende il premio ricevuto al Future Film Festival di Bologna, per la capacità di “sorprenderci, di stupire e di farci riscoprire l’immaginario sconfinato, l’innocenza, la crudeltà, e soprattutto l’irriverenza dell’infanzia”.

Al lungometraggio è ispirato un volume (testo di Stéphane Malandrin) pubblicato in Italia da Orecchio acerbo (2010); la rievocazione degli eventi del racconto cinematografico è continuamente interrotta dagli interventi di Cow-boy e Indiano, in un interessante pastiche di forme espressive: vignetta illustrata, collage fotografico e testo convivono nella stessa pagina; come in un’opera futurista le parole appaiono dinamiche, cambiano font e posizione; un postino in bicicletta spunta nei momenti più impensati, regalando suggestioni che vanno da Hellzapoppin’ (Henry C. Potter, 1941) a Giorno di festa (Jacques Tati, 1949)…

Non importa si tratti di cinema, letteratura o fumetto; l’operazione di Panico al villaggio suggerisce una cosa importante, il gioco narrativo non conosce limiti di formato.

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Pubblicato da su settembre 26, 2012 in Letteratura per l'infanzia

 

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