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The agronomist (id., Jonathan Demme, 2003)

08 Set

Per i più il nome del regista statunitense Jonathan Demme (1944) è associato a quella “macchina” da Oscar che fu Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs, 1991); molti lo ricordano anche per il sensibile (e impegnato) Philadelphia (id., 1993), in cui Tom Hanks vestiva i panni di un avvocato sieropositivo risoluto a portare in giudizio la crudele realtà dei preconcetti sociali. Meno nota risulta la produzione non-fiction, tornata nella cronaca giornalistica per Enzo Avitabile Music Life, presentato alla recente Mostra del cinema di Venezia. Il documentario mostra le performance del musicista napoletano e i luoghi della sua infanzia, scegliendo una strada diversa dall’impegno dei lavori precedenti; è proprio in alcuni documentari politici di “forte impronta progressista e militante” che Demme mette il mestiere, appreso nella “bottega” di Roger Corman (maestro del low budget), e tutta la passione cinefila (ha militato nella critica) di cui è capace.

The Agronomist è una pellicola del 2003, utile per conoscere la storia recente di una terra sfortunata come Haiti, tuttora in una grave emergenza umanitaria a causa del terremoto di due anni fa; il regista mette lo strumento cinema al servizio di Jean Dominique, un agronomo divenuto giornalista radiofonico, un patriota appassionato che ha trasformato la propria voce in strumento politico: la dittatura di François Duvalier, la corruzione dei vari governi legittimi, le continue ingerenze esterne (soprattutto statunitensi: “ogni cambio di amministrazione a Washington ha un suo riflesso sul clima politico di Haiti”) vennero tutte duramente attaccate dalle frequenze di Radio Haiti-Inter. L’indole democratica, l’odio per l’ingiustizia e il sopruso portarono Jean Dominique alla morte; il giornalista, che non aveva ceduto neppure di fronte all’esilio, perse la vita il 3 aprile 2000, freddato da alcuni colpi di pistola. The Agronomist ricostruisce l’esistenza di Dominique attraverso le molte interviste rilasciate a Demme tra gli anni ’80 e ’90. Il mosaico visivo per immagini di repertorio risulta affascinante, complesso; il regista è particolarmente abile nel tratteggiare le sfumature, nel compensare lo sdegno per l’accaduto con l’affetto proprio dell’amicizia che lo legava al giornalista. Nei momenti più riusciti Demme trasfigura Dominique, lo innalza (senza metterlo sul piedistallo) a simbolo stesso della parola, della comunicazione portatrice di conoscenza/informazione. Uno dei meriti dell’haitiano fu quello di trasmettere le notizie in creolo, un linguaggio comprensibile dalla popolazione (in maggioranza ancora analfabeta), abbandonando il francese della classe dirigente.

L’importanza della pellicola (edita nella collana “Real Cinema” di Feltrinelli, 2005) sta nello schierarsi, nel non accontentarsi di una posizione di comodo; un cinema ancora una volta testimone della realtà, attuale ma poco conosciuto dal grande pubblico, troppo assuefatto a immagini prive di contenuto.

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Pubblicato da su settembre 8, 2012 in Recensioni di film

 

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