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Acqua buia di Joe R. Lansdale (Torino, Einaudi, 2012)

22 Giu

Il primo romanzo di Joe R. Lansdale ad arrivare in Italia fu La notte del Drive-In, pubblicato da Urania nel 1993; l’intrigante connubio di comico e grottesco, l’alternanza tra violenza e momenti di distensione, l’ispirazione a forme eterogenee di intrattenimento popolare (fumetto, cinema, letteratura), sembravano adattarsi perfettamente ai tascabili da edicola. I successivi Mucho Mojo (Bompiani, 1996, nella gloriosa collana “Gli Squali”), Freddo a luglio (Phoenix, 1997) e Fiamma fredda (Il Giallo Mondadori, 2001), confermarono quanto i prodotti di genere, destinati ad un consumo rapido, potessero offrire al pubblico opere di grande valore; purtroppo lo “Stephen King del Texas”, come recitava la fascetta di uno di questi volumi, si fece rapidamente monopolizzare da Einaudi e Fanucci, che gli diedero visibilità e tradussero i titoli minori, ma in edizioni sempre più costose. Da quel momento ogni nuova opera del prolifico scrittore texano è stata accolta come un piccolo evento, festeggiato quasi in contemporanea con il mercato statunitense.

Acqua buia, il nuovo romanzo (il secondo dopo la rottura dei rapporti con Fanucci), è stato accompagnato da molte aspettative, soprattutto per le dichiarazioni dell’autore, che lo ritiene il suo “miglior libro”; leggendo il testo, tanto trionfalismo viene in parte ridimensionato, considerate anche le somiglianze (struttura, uso della voce narrante, collocazione temporale) con Cielo di sabbia, uscito lo scorso anno. Come tutti gli ultimi lavori di Lansdale, sembra destinato a chi ancora non lo conosce, a chi può ancora stupirsi per la forza della sua scrittura; per gli altri è solo l’occasione di tornare in luoghi oscuri ma conosciuti: personalmente apprezzo i primi capitoli della saga di Hap e Leonard, il racconto lungo L’anno dell’uragano (Fanucci, 2004) e Tramonto e polvere (Einaudi, 2005).

In questo Acqua buia, la perfezione degli strumenti linguistici è incrinata dall’uso un po’ meccanico di formule rodate. Le similitudini, per esempio, che caratterizzano le fulminanti battute dei personaggi di Lansdale, qui risultano perfino eccessive; contarle è impossibile, che siano riuscite (“Mi raggomitolai accanto a lei, sentendomi come un vecchio cane triste che finalmente trova chi gli fa una carezza”, p. 126), gratuite (“Anche bagnata come un pulcino caduto nel piscio era davvero speciale”, p. 231) o si presentino in coppia (come avviene a pagina 57).

La storia è ambientata, inutile dirlo, nel Texas orientale durante la grande depressione. Il ritrovamento del cadavere della giovane May Lynn, aspirante attrice, spinge un eterogeneo gruppetto di adolescenti a partire per Hollywood; lo scopo del viaggio è legato ad un generico riscatto esistenziale e al commiato dall’amica, di cui vogliono disperdere le ceneri là dove avrebbe potuto essere felice. Nel corso dell’avventura, i ragazzi impareranno che l’unico modo di sfuggire alla crudeltà degli adulti e alle ingiustizie di una società con retaggi barbarici, è affrontare di petto il male, rinunciando agli ultimi scampoli della propria innocenza. Il tema della crescita a tappe forzate (presente fin dai tempi de La sottile linea scura, Einaudi, 2004), viene sottolineato troppo; in particolar modo non convince il modo programmatico con cui l’autore costruisce uno spazio mitico (gli anni Trenta), in cui è ancora possibile “vomitare” (come fanno più volte i protagonisti del romanzo) di fronte al rivelarsi dell’orrore: “Non era come nei libri che avevo letto e nei film che avevo visto al cinema dove la gente moriva. Quelli sembravano sempre uguali a quando erano vivi, solo che avevano l’aria di dormire” (p. 16).

I colpi di scena e le efficaci sequenze cinematografiche scandiscono un racconto che ostenta con eccessiva nonchalance tòpoi della cultura occidentale; un diario ritrovato, una caccia al tesoro, una leggendaria creatura dei boschi e un viaggio alla Huckleberry Finn, si mescolano a suggestioni omeriche (lo sceriffo guercio che lancia sassi da una collina) non necessarie.

Se vuole superare veramente se stesso, uno scrittore della grandezza di Lansdale dovrebbe smettere di esibire i propri modelli, evitando così di arenarsi nella replica di se stesso, bloccato dall’ombra dei maestri che l’hanno preceduto… come Mark Twain, cui cede l’onore delle armi in una frase di Acqua buia particolarmente significativa: “Il fiume Sabine è lungo, ma non particolarmente ampio, perlomeno nella parte che conosco. Non è come il Missisipi che, stando a quel che ho sentito dire, può essere largo un chilometro o anche di più” (p. 103).

P.S. Una nota di colore. Un paio d’anni fa ho assistito alla presentazione di un romanzo di Lansdale; al termine mi sono messo in coda, desiderando ardentemente un autografo sulla prima edizione de La notte del drive-in Einaudi. Emozionatissimo, ho chiesto al mio scrittore preferito di dedicarlo a Davide e Sara… nella foto vi mostro il risultato. Chissà come ha fatto a capire Stefano?

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1 Commento

Pubblicato da su giugno 22, 2012 in Altro

 

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Una risposta a “Acqua buia di Joe R. Lansdale (Torino, Einaudi, 2012)

  1. un fan di joe lansdale

    marzo 22, 2013 at 9:42 am

     

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