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Super Size Me (id., Morgan Spurlock, 2004)

12 Mag

Recentemente ho riguardato con piacere Super Size Me, la prima pellicola di Morgan Spurlock (autore anche di Where in the World Is Osama Bin Laden?, 2008) ad essere distribuita in Italia. Forse inseguendo il successo delle pellicole di Michael Moore, il regista girò un documentario destinato al grande pubblico, un’opera graffiante e sufficientemente impegnata, ma piuttosto lontana dal coinvolgimento emotivo di opere come Bowling for Columbine (2002). Mentre i lavori di Moore indagano sulla società statunitense in maniera chirurgica, prima localizzando i bersagli della denuncia (lobby delle armi, sistema sanitario, amministrazione Bush…) poi attaccandoli senza pietà (non lesinando sui “colpi sotto la cintola”), il film di Spurlock soffre un po’ per la genericità dell’assunto.

L’idea di partenza è comunque piuttosto originale; il regista si offre come cavia, immola il proprio corpo all’occhio della telecamera per mostrarci gli effetti che un’alimentazione a base di cibo da Fast Food può avere sulla salute del consumatore. McDonald e le altre catene affini contribuiscono infatti alla diffusione di un’“epidemia” molto pericolosa, l’obesità, seconda causa di mortalità (dopo il fumo) negli Stati Uniti. Il regista si propone di risvegliare le coscienze assopite da troppi grassi e zuccheri, ingurgitando per un intero mese “cibo veloce”; consumando tre pasti giornalieri presso un fast food, Spurlock dà un pugno nello stomaco allo spettatore, roba da far passare l’appetito: al battesimo del supersize (una mega porzione di patatine e hamburger con l’aggiunta di pochi centesimi al prezzo base), “rigettato” senza condizioni, seguono lunghi periodi di spossatezza e l’impotenza. Un piccolo esercito di specialisti (cardiologo, gastroenterologo, dietologo) non sono in grado di contrastare il degrado fisico e di fermare i chili di troppo (dodici alla fine del mese), che si spalmano sul corpo del masochista volontario; il tasso di colesterolo passa da 165 a 230, il rischio di malattie cardiocircolatorie si raddoppia, l’iperglicemia diventa una condizione accettata.

Spurlock rinuncia alla salute (gli occorreranno nove mesi per tornare com’era prima dell’esperimento) e si erge a simbolo della condizione dei connazionali; la sua “dieta” particolare, pur portata all’eccesso, è in fondo la stessa dell’americano medio. I cali d’umore, le difficoltà respiratorie, il fegato infiammato appartengono anche al consumatore comune, a quell’umanità indaffarata che mangia senza consapevolezza, spinta solo dalla pubblicità o dall’ignoranza.

L’esperienza del regista può tornare utile anche a noi, lontani dagli ottantatre McDonald di Manhattan (dati del 2004), ma ancora vittime della logica del profitto e della disumanizzazione delle grandi corporazioni. In Super Size Me il clown che fa da mascotte alla più famosa catena di fast food del mondo piace ai bambini, li incanta alle feste di compleanno e li diverte con le sorprese dell’Happy Meal; eppure ha un aspetto maligno. Agli adulti fa un po’ paura, forse perché dietro alla maschera non c’è nulla, solo l’impersonalità del denaro.

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Pubblicato da su maggio 12, 2012 in Recensioni di film

 

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