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Sin City (id., Robert Rodriguez, 2005)

26 Apr

Alcuni mesi fa, in una convention a San Diego, il regista Robert Rodriguez ha dichiarato che quest’estate inizieranno finalmente le riprese dell’attesissimo seguito di Sin City, in pre-produzione da diversi anni; il cast è ancora in forse, ma si conosce qualcosa della trama. In attesa di notizie più precise e per spezzare l’attesa, può essere utile ricordare la prima pellicola. La sua uscita fu impressionante per la quantità di cartelloni pubblicitari dati alle stampe; quasi un anno prima della distribuzione il viso di Bruce Willis dominava già le biglietterie delle multisala, mentre i nomi di Benicio Del Toro (Paura e delirio a Los Angeles), Elijah Wood (Il Signore degli Anelli), Mickey Rourke (non ha bisogno di presentazioni), facevano da sottotitolo alle “variopinte” (perché sfruttavano ogni possibile sfumatura del bianco e nero) immagini usate per la promozione.

Pochi sapevano in anticipo che cosa avrebbe raccontato il film: gli appassionati dell’originale a fumetti, almeno in Italia, non sono mai stati un esercito particolarmente numeroso e Sin City, fino alla sua uscita, rimase un mistero per la maggior parte degli spettatori. Al Festival di Cannes fu accolto tra mille polemiche, per la violenza esplicita, la freddezza della messa in scena, ma soprattutto per l’indiscutibile povertà dell’assunto.

Personalmente, avendo apprezzato i racconti per immagini di Frank Miller, rimasi deluso dall’autocompiacimento del regista; il texano (di origini messicane) Robert Rodriguez aveva infatti realizzato un film scommessa, un’operazione palesemente costruita a tavolino, troppo artificiosa per essere veramente sentita. Il modello da cui partiva era un classico della letteratura disegnata; sulla strada de Il ritorno del cavaliere oscuro, Miller aveva continuato la sua personale rivoluzione del linguaggio dei comics, dando vita ad un piccolo universo di carta, ad un mondo immaginario che si nutriva solo di cinema e di letteratura popolare: i personaggi che si muovono nella tenebrosa Sin City sono gli eredi della tradizione poliziesca americana, dei perdenti che tentano di sopravvivere a una notte perenne, al buio che divora le cose, che rende indefinibili i confini tra bene e male, tra giustizia e cieca vendetta. Miller ebbe il merito di creare una grandiosa saga, portando alle estreme conseguenze i meccanismi del genere; ogni vignetta ha un taglio cinematografico, inquadra persone e cose senza limitarle nel contorno anzi, le figure emergono proprio dalla dialettica tra luci ed ombre, bianco e nero.

Senza timori reverenziali Rodriguez scritturò lo stesso Miller a co-dirigere la pellicola, ritenendo la mossa sufficiente a realizzare la prima trasposizione fedele all’essenza di un fumetto (una nota: i contatti del disegnatore con il mondo del cinema non si fermano a Sin City; Miller, oltre ad essere diretto ispiratore delle atmosfere del Batman di Tim Burton, fu coinvolto come sceneggiatore nella serie di Robocop). In questo senso Sin City è una scommessa vinta: le didascalie dell’originale sono recitate da un coro di voci off che le mantiene inalterate (perfino nelle virgole), l’ordine delle sequenze rimane inalterato, si conserva intatta l’armonia della composizione (pose, tagli di luce, punti di vista). Quello che manca è l’anima. Il regista, sceneggiatore, produttore, montatore, musicista Rodriguez, dopo aver bruciato le tappe con quel miracolo del montaggio a “zero budget” che fu El Mariachi, si è dedicato troppo spesso a prodotti privi di spessore, a barzellette tirate per i capelli come i tre Spy Kids (presto accompagnati da un quarto in “odorama”), a prodotti poco digeribili anche dal divoratore di blockbuster (come il terribile C’era una volta in Messico). Sin City avrebbe richiesto ben altra attenzione, la tecnica non basta. Guardando il film sembra quasi che siano gli stessi registi a non amare abbastanza la materia che raccontano; danno l’impressione di puntare troppo sulla resa visiva, di perdersi in un gusto un po’ pacchiano per le sparatorie rocambolesche (alla Desperado) e le esagerazioni orrorifiche (stile Dal tramonto all’alba).

Tolti alcuni momenti grotteschi riusciti (tutto il secondo episodio del film) regna un umorismo involontario, il superomismo infantile dei colorati eroi Marvel. Accelerazioni e rumore hanno la brutta abitudine di annoiare facilmente, di cancellarsi rapidamente dalla memoria; i tempi del cinema possono avvicinarsi a quelli del fumetto, basta lasciare a chi legge/guarda la libertà di soffermarsi, il piacere, appunto, di leggere e di guardare.

Aspettiamo al varco il secondo capitolo!

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Pubblicato da su aprile 26, 2012 in Recensioni di film

 

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