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L’arrivo di Wang (Antonio e Marco Manetti, 2011)

20 Mar

Oltre ai divertenti video musicali per Piotta (La mossa del giaguaro), Alex Britti (Mi piaci) o Max Pezzali (Il mio secondo tempo), i fratelli Manetti devono la loro popolarità soprattutto ai lavori per la televisione; con L’ispettore Coliandro (2006-2010) hanno portato sul piccolo schermo un’intelligente rivisitazione di diversi generi polizieschi, facendo di un prodotto di consumo uno strano oggetto cinefilo. I lungometraggi sono meno noti, ma sicuramente interessanti; escluso Zora la vampira (2000), ibrido poco riuscito tra fumetto vintage e Settima Arte, ho apprezzato sia la costruzione drammaturgica di Piano 17 (2005), sia il coraggio de L’arrivo di Wang (2011), ora nelle sale dopo l’applaudita anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica veneziana.

I Manetti Bros hanno l’audacia di sfidare i prodotti stranieri proprio in un genere così poco italiano come la fantascienza, offrendo al pubblico un film “alieno” dal rassicurante minimalismo del nostro cinema.

Con un extraterrestre vero e proprio si confronta invece la povera protagonista, un’interprete romana coinvolta in un interrogatorio da cui dipendono le sorti del pianeta; i servizi segreti “nostrani” hanno infatti catturato una creatura spaziale che, inspiegabilmente, parla solo cinese: in nome della sicurezza nazionale sono pronti a tutto pur di scoprire se ha intenzioni pacifiche o se nasconde fini distruttivi.

Il film è costruito sulla tensione che si crea tra i protagonisti, facendo più attenzione all’effetto che alla verosimiglianza psicologica. Quando l’interprete chiede all’agente segreto di accendere le luci nella sala degli interrogatori, questi non la prepara alle fattezze aliene; con le sue parole non fa che accrescere l’attesa del faccia a faccia, che puntualmente lascerà a bocca aperta protagonista e pubblico.

L’arrivo di Wang abbandona gli orpelli contenutistici e trova la propria identità nell’abbandonarsi al piacere del linguaggio cinematografico, trasformando la ristrettezza di mezzi in un valore aggiunto. La costante ricerca di soluzioni visive efficaci porta a momenti particolarmente riusciti, come il “sequestro” della protagonista bendata; sfocando gli elementi di contorno i registi fanno entrare in empatia con il personaggio e comunicano un senso di spaesamento non lontano da quello di alcune sequenze dello spagnolo Con gli occhi dell’assassino (Los ojos de Julia, Guglielmo Morales, 2010).

In mezzo a tanti blockbuster fantascientifici, si sentiva la necessità di una pellicola a misura di spettatore; il rispetto per il pubblico passa anche dal gusto di coinvolgerlo: i Manetti Bros non lo travolgono con gli effetti, lo trattano come un amico cui si vogliono far conoscere le proprie passioni.

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Pubblicato da su marzo 20, 2012 in Recensioni di film

 

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