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War Horse (id., Steven Spielberg, 2011)

05 Mar

Nel 2011 sono stati distribuiti nelle sale statunitensi ben due lavori di Steven Spielberg, Le avventure di Tintin: Il segreto dell’Unicorno (The Adventures of Tintin) e War Horse, candidato all’Oscar come “Miglior film” (senza vincerlo). Pare che il progetto di War Horse sia maturato nel regista dopo aver assistito alla riduzione teatrale del bestseller di Michael Morpurgo, affermato scrittore per ragazzi inglese. Il romanzo (1982), edito in Italia da Rizzoli (2011), è ispirato alle testimonianze di veterani della Prima Guerra Mondiale e vuole raccontare un episodio poco conosciuto, l’uso che gli eserciti fecero dei cavalli; l’autore dichiara le proprie intenzioni nell’introduzione, presentando Joey, un destriero irlandese sacrificato alle ragioni del conflitto: “Questa è la sua storia, perché né lui né chi lo ha conosciuto né la guerra che hanno vissuto e che li ha uccisi siano mai dimenticati” (p. 9).

La storia è molto semplice. Joey vive nella fattoria del giovane Albert, brucando enormi prati verdi e tirando l’aratro; quando il padre di questi decide di venderlo alla cavalleria inglese, il cavallo si trova solo in terre sconosciute: per riportarlo a casa Albert decide così di arruolarsi e di partire per la Francia…

La particolarità del romanzo è che gli avvenimenti non sono raccontati in prima persona dal ragazzo, ma da Joey; il baio color ciliegia mostra di possedere strumenti linguistici efficaci e un grande spirito di osservazione, commentando vicende che vanno dai suoi primi anni di puledro alla maturità, dai momenti di pace agli spossanti andirivieni tra schieramenti durante il conflitto: “Avevo già visto prima quei visi tetri sotto gli elmetti. Solo le divise erano diverse: adesso erano grigie con i bordi rossi e gli elmetti non erano più rotondi con la tesa larga” (p. 80).

A dispetto di quanti ritengono i cavalli creature “ostinate e stupide” (p. 17), nel corso del libro Joey obbedisce ai comandi impartiti in inglese, tedesco e francese, comprendendo senza problemi tutte le lingue con cui entra in contatto; questa invenzione letteraria non stride con il realismo del contesto storico, tanto che il comportamento esterno del protagonista appare conforme a quello degli altri animali.

La scelta di Spielberg è quella di abbandonare il punto di vista del narratore intradiegetico e costruire il film senza ricorrere a “memorie equine”; il suo Joey non somiglia né al riflessivo maialino Babe (Chris Noonan, 1995), né ai quadrupedi dai tratti comportamentali umani stile Rin Tin Tin e Lassie. Il protagonista di War Horse è solo un cavallo, un essere che appartiene alla natura; come puro istinto in movimento non cerca di forzare gli eventi, semplicemente li attraversa… La sua innocenza diventa il punto di riferimento per giudicare la realtà, definendo gli orrori del conflitto per contrasto.

Il ruolo di Joey è in parte simile a quello di Albert; con uno scarto significativo rispetto al romanzo, il regista evidenzia le esperienze di vita condivise dai due, come il lutto per la perdita di un amico (per Joey il cavallo Topthorn). Proprio come avveniva in Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan, 1998), l’umanista Spielberg fa emergere le esistenze dei singoli dal grande flusso della Storia, visualizzandone lo spietato divenire con geniali intuizioni cinematografiche: la folle corsa di cavalli senza cavaliere che attraversano la linea dei mitragliatori tedeschi, non racconta solo la morte del Capitano Nicholls, ma diventa emblema della fine di un’epoca e dell’avvento dei moderni stermini di massa. In questa direzione simbolica va la scelta di caricare i toni, di accentuare la dimensione infernale che accompagna il “boato crescente dei grandi cannoni” (p. 55) e il trasporto dell’artiglieria (nel romanzo il “lavoro in sé non era molto più faticoso di quando trainavamo il carro ambulanza”, p. 98).

Sequenze come la fuga di Joey nella “terra di nessuno” tra le trincee (spazio contemporaneamente reale e metafisico), l’incalzante colonna sonora, il piacere dell’epica hollywoodiana rendono il film magniloquente e affascinante; anche le apparenti ingenuità dei troppi sottofinali, rispecchiano la volontà di proporre agli spettatori una riflessione non banale sul potere emozionale delle favole in celluloide. Per “rendere un film così commovente, albe e tramonti compresi, bisogna certo andare sopra le righe, svegliare il fanciullino che ci portiamo dentro” (Valerio Caprara, «Il Mattino», 17 febbraio 2012); indubbiamente War Horse ci riesce, soprattutto nel finale, quando gli eroi fanno ritorno a casa: cavallo e cavaliere portano con sé infinite suggestioni cinematografiche, sotto un cielo degno del Technicolor di Via col vento (Gone with the Wind, Victor Fleming, 1939).

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1 Commento

Pubblicato da su marzo 5, 2012 in Letteratura per l'infanzia

 

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Una risposta a “War Horse (id., Steven Spielberg, 2011)

  1. Paolo

    marzo 19, 2012 at 1:29 pm

    Molto ben scritta questa recensione, ma fatico a farmi piacere un regista come Spielberg; ho sempre trovato il suo cinema troppo adolescenziale, retorico e iperspettacolarizzato in una parola ….. hollywoodiano; a queste condizioni preferisco L’Hugo Cabret di Scorsese…
    Anche se, almeno in parte, dissento dal recensore gli faccio i complimenti per i punti di forza che riesce a mettere in luce
    Paolo

     

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