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L’uomo di Aran (Man of Aran, Robert J. Flaherty, 1934)

27 Feb

Alla disperata ricerca dell’effetto spettacolare e infarcito di “steroidi digitali”, il Cinema (soprattutto quello statunitense) sta dimenticando le potenzialità del proprio linguaggio; lo spettatore poi, stordito da sempre più complicati trompe-l’oeil computerizzati, abbagliato dalle superfici riflettenti della tecnologia, non trova nemmeno il tempo di stupirsi, rimane come inebetito, a bocca aperta. Un tuffo nel passato è sicuramente salutare; rivedere oggi pellicole come L’uomo di Aran (Man of Aran, 1934) significa riscoprire quanto il Cinema sia capace di emozionare, quanto una tematica conosciuta come la lotta dell’uomo per la sopravvivenza, possa scuotere il pubblico più smaliziato.

Il regista Roger J. Flaherty (1984-1951) fu in primo luogo un esploratore: visse una vita ai margini dell’industria cinematografica, perennemente immerso in mille progetti (alcuni mai realizzati), avventure a Nord del Canada (si spinse fino all’isola di Baffin) e lunghi viaggi in Polinesia; divenne cineasta professionista quasi per caso, semplicemente raccontando per immagini le proprie esperienze.

Con L’uomo di Aran Flaherty torna ai contenuti del precedente Nanuk l’eschimese (Nanook of the North, 1922), mettendo in scena, a diversa latitudine, l’impari scontro dell’uomo con le forze naturali, una lotta che lo rende “titano” ma ne mostra anche tutta la fragilità.

La pellicola è girata in Irlanda al largo della Baia di Galway (a Inishmore, nell’arcipelago delle Aran) e si sofferma sul quotidiano di una piccola comunità di pescatori che vivono isolati dal resto del mondo, in un luogo dove l’evoluzione sembra immobile da molti secoli. Mescolando abilmente documentario (i protagonisti sono gli abitanti del luogo, attori occasionali) e finzione, Flaherty coglie l’essenza delle cose, filtra la materia reale attraverso “la poesia della sua visione d’artista” e la trasforma in rappresentazione universalmente riconoscibile.

Lo sguardo affettuoso del regista fa del piccolo nucleo familiare (genitori e figlio) al centro della pellicola il simbolo della dignità umana, della solidarietà e del coraggio; sono queste qualità a permettere la sopravvivenza in un ambiente tanto ostile.

I nemici sono due: da un lato c’è il mare, che rifiuta di essere domato; le inquadrature ossessive di Flaherty rappresentano le onde dell’Atlantico come un essere vivente, un’entità antica che afferma continuamente la propria potenza e, implacabile, gioca con la vita degli uomini in barca.

Dall’altro c’è la terra, impervia e pietrosa; gli abitanti dell’isola combattono una battaglia quotidiana per rubare al vento e alle rocce anche solo una misera manciata di terra. L’uomo può vincere solo a patto di personali, gravi fatiche, e grazie alla fondamentale solidarietà dei compagni: mai la metafora “siamo tutti nella stessa barca” è stata così appropriata.

L’uomo di Aran invita a confrontarsi con l’eroismo del quotidiano, invita a farlo senza inerti compromessi spettacolari, solo con la forza espressiva delle immagini e con un titanismo dal sapore antico.

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Pubblicato da su febbraio 27, 2012 in Recensioni di film

 

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