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Hugo Cabret (id., Martin Scorsese, 2011)

14 Feb

Alla sua uscita, nel 2007, il romanzo The Invention of Hugo Cabret (in Italia La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Milano, Mondadori) di Brian Selznick fu accolto con entusiasmo dalla critica e dai lettori, bambini o adulti che fossero; il talentuoso autore aveva infatti realizzato un racconto grafico particolarmente originale, una dichiarazione d’amore per il Cinema, congegnata adattando alla pagina le meccaniche narrative tipiche delle rappresentazioni in celluloide. La storia è intrigante e ha come sfondo la Parigi del 1931: celato nei meandri della stazione di Montparnasse, l’orfano Hugo trascorre le giornate tentando di riparare il complesso dispositivo di un pupazzo ereditato dal padre orologiaio; il “risveglio” dell’automa intreccerà indissolubilmente l’esistenza del ragazzo con quella di George Méliès (1861-1938), storico pioniere del cinema fantastico.

Oltre ad essere un importante elemento del romanzo e il motore dell’intreccio, la Settima Arte si insinua tra le pagine soprattutto per l’efficace alternarsi di numerose illustrazioni a poche parole, che si incastrano nel flusso del racconto come le didascalie di un film muto; il colore nero incornicia il tutto, come il buio della sala segna il limite dello schermo. Selznick alterna invenzioni e citazioni, disegni e fotogrammi originali, soluzioni visive d’epoca e inquadrature impensabili per il cinema delle origini (primissimi piani, dettagli), facendo del suo lavoro un raffinato oggetto artigianale, ancora più prezioso in un’epoca segnata dall’avvento dell’immateriale e-book.

Hollywood acquistò i diritti del romanzo prima della sua pubblicazione; per realizzare l’adattamento cinematografico di un’opera così complessa fu chiamato il grande Martin Scorsese, regista-cinefilo con una passione totalizzante per i film del passato. Scorsese ha tenuto in vita i classici citandoli nei suoi lavori, restaurandoli attraverso la Film Foundation e divulgando la storia del Cinema (si veda lo splendido documentario allegato al volume Il cinema secondo me, Roma, minimum fax, 2004).

Hugo Cabret avrebbe potuto diventare la summa di un’intera carriera; si è purtroppo ridotto ad un lavoro pregevole ma destinato a non lasciare traccia di sé: nonostante gli intenti “alti”, il film sembra appiattirsi agli stilemi più convenzionali di un genere di consumo come il cinema “per famiglie”. Come scrive Marianna Cappi sul sito http://www.mymovies.it, Scorsese cuce un “abito da film per cinefili” su un “film per neofiti”; sembra quasi che senta la necessità di affermare insistentemente ad uno spettatore-bambino (di qualsiasi età sia) l’importanza del Cinema come rappresentazione del sogno, come varco di accesso alla fantasia… Il paradosso di Hugo Cabret è proprio questo, di osannare il potere suggestivo delle immagini ma di imprigionarle in un racconto verboso e poco coinvolgente.

La potenza delle scenografie di Dante Ferretti, l’attenzione al dettaglio, l’uso della moderna tecnologia tridimensionale (sperimentata da James Cameron in Avatar) come naturale evoluzione delle invenzioni visive del Cinema muto, non riescono a eguagliare in stupore le “primitive” opere di Méliès, illusionista e inventore di trucchi prima che metteur en scène (per un’esauriente rassegna in DVD del suo lavoro, un riferimento obbligato è il cofanetto George Méliès, edito da Valter Casini & Partners nel 2009). Nell’Hugo Cabret in celluloide tutto sa di già visto e il 3D rimane un inerte giocattolo nelle mani del regista; i momenti riusciti, come il sogno dell’incidente ferroviario, non sono neppure i più entusiasmanti: i pochi bambini in sala hanno mostrato di apprezzare (rumoreggiando per la tensione) più il classico inseguimento finale che le vertiginose profondità di campo.

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Pubblicato da su febbraio 14, 2012 in Letteratura per l'infanzia

 

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